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...da "Una Via Iniziatica"Testo tratto dal capitolo 1, pagine 7 - 16
L'incontro con Martin Enrico dormiva profondamente; il respiro molto lento, le pulsazioni cardiache anche, "Cosa stai vedendo in questo momento?". "Vedo Graziano, Sta dormendo...mi sembra stia sognando... attorno c'è molto disordine... la stanza è piena di scatoloni...". "Puoi metterti in contatto con lui?" chiesi. "Non lo so... non so come fare...". "Prova a chiamarlo" suggerii. Vidi Enrico concentrarsi, la fronte corrugarsi, il respiro rallentare ulteriormente. Passarono due minuti. "Deve essersi svegliato suo padre" disse. "Come lo sai?". "Si è accesa una luce nel corridoio, preferisco venire via". "OK, torna qui". Sentii come una ventata fresca attraversarmi, Enrico emise un profondo respiro. "Sono qui" disse. "Vuoi svegliarti?". "Sì". "Bene, ora conto sino a dieci e al termine sarai completamente sveglio, ti sentirai riposato e tranquillo e ricorderai tutto in ogni dettaglio". Iniziai il conteggio ed al termine Enrico si riprese. "Come va?" gli chiesi. "Bene, non capisco come mai Graziano non si sia svegliato mentre suo padre sì". "Perché avrebbe dovuto svegliarsi?", "Perché quando mi hai detto di chiamarlo l'ho fatto, ma lui evidentemente non mi sentiva, allora con le ginocchia ho dato degli spintoni al letto. Suo padre deve aver sentito quel rumore e si è svegliato". "Come hai fatto a dare degli spintoni al letto con il doppio?" chiesi tra lo stupito e lo scettico. "Ho deciso che potevo farlo e l'ho fatto. Domani vado a trovarlo e voglio chiedergli se questa notte ha fatto un brutto sogno; mi è parso che piangesse nel sonno". Questa è la descrizione di una seduta avvenuta nel 1969, in cui Enrico era in ipnosi profonda e pilotato da me iniziava a sperimentare quelli che a quel tempo chiamavamo viaggi astrali. Il giorno dopo Enrico ed io andammo a casa di Graziano. Scoprimmo che stava per traslocare e che tutte le stanze erano piene di scatoloni colmi di biancheria, piatti e tutto ciò che vi si pone quando si trasloca. Il padre di Enrico disse di essersi svegliato perché aveva sentito dei rumori provenire dalla camera da letto del figlio, ma che doveva essersi sbagliato perché Graziano dormiva tranquillamente. Graziano confermò che nella notte aveva fatto un brutto sogno, che si sentiva chiamare ma che non riusciva a rispondere. Da allora sino al 1978 facemmo migliala di esperimenti di quel genere. Le ricerche venivano compiute con due persone particolarmente sensibili e con abilità non indifferenti: Enrico e Fredino. Mi dilettavo di ipnosi sin dall'età di 14 anni e usavo questo veicolo per indagare l'essere umano in tutte le sue possibili abilità. Poi incontrai Martin. E la mia vita cambiò. Martin è stato il mio Maestro. Era un ex neurochirurgo, un ex scrittore, un ex regista teatrale, un ex musicista, aveva suonato e composto musica per violino, un ex sacco di cose, anche un ex pittore. Al tempo in cui lo conobbi ormai egli non dipingeva più; si limitava a scarabocchiare velocissimamente con delle biro colorate dei cartoncini 10 cm per 15 e a dare successivamente ad altri pittori l'incarico di trasportare su tela con colori ad olio i disegni da lui fatti. Viveva in una soffitta nel centro storico di Torino. Non riceveva nessuno se non me ed altre due persone, divenute anch'esse suoi discepoli. Era l'individuo più pazzo che avessi conosciuto sino a quel momento, ma anche il più generoso, il più divertente ed affascinante Sciamano disposto a condurmi sulla Via dello Spirito. Fui letteralmente catturato da lui una sera, mentre a casa di amici si parlava appunto delle straordinarie possibilità che si potevano far emergere, tramite l'ipnosi, in quasi tutti gli esseri umani. Martin taceva e ci guardava con distacco, standosene seduto su una comoda poltrona. Uscimmo da quella casa verso le tre di notte; era primavera e l'aria era fresca, percorremmo Via Cemaia sino a giungere in Piazza Solferino, io e Martin da soli. Ad un certo punto mi chiese: "Ma tu che addormenti le persone, poi sai anche risvegliarle?". "Certo" risposi " conto sino a dieci e l'individuo si sveglia". "Non mi hai capito" disse ancora Martin. "Non voglio sapere come fai a svegliarle dall'ipnosi, ma se sai risvegliarle". Pensai che fosse un poco tocco. "Quando una persona è in ipnosi profonda" spiegai "è sempre in comunicazione con l'ipnotista e quando questi dà il comando di svegliarsi la persona in ipnosi si sveglia. Io preferisco dare un certo tempo; per questo uso il sistema del conteggio". Martin tacque per un po'. Poi riprese a chiedermi se sapevo come risvegliare le persone ed io mi dilungai in una accurata disquisizione sull'ipnosi, sulle tecniche di induzione, sui comandi post-ipnotici e su quanto sapevo a quel tempo dell'ipnosi in sé. Ci salutammo che erano le quattro passate. Alcuni mesi dopo lo rincontrai a casa dei soliti amici. Mi salutò molto cordialmente e si complimentò con me per la mia conoscenza della psiche e di come interagire con essa tramite l'ipnosi. Quella sera scoprii che lui aveva esercitato l'ipnosi dal 1940 al 1945 poi si era stufato e aveva anche cessato di fare il medico. Nel frattempo i miei esperimenti con i due amici si approfondivano sempre più. Avevo ottenuto delle uscite in astrale pilotando i due amici contemporaneamente. Essi riuscivano a trasmettere ad altre persone sensazioni, emozioni ed a volte pensieri e concetti. Descrivevano perfettamente luoghi in cui non erano mai stati, effettuavano diagnosi esattissime entrando dentro il corpo di altre persone, stimolavano la guarigione sollecitando aree della coscienza profonda degli ammalati. Ma io mi sentivo insoddisfatto. Vi era qualcosa che mi sfuggiva, qualcosa che non sapevo definire, qualcosa che esulava dalla psiche e che mi lasciava senza risposte. Un pomeriggio incontrai Martin in Via Po. "Vieni" mi disse. "Andiamo a bere qualcosa". Entrammo in una bettola di Via degli Artisti e ci sedemmo ad un tavolo. Martin volle mettersi in posizione da poter osservare la porta d'entrata ed io mi sedetti volgendole le spalle. Estrasse dalla tasca un taccuino ed una biro e mi chiese: "Di cosa ti andrebbe di parlare?". "Anche tu hai fatto ipnosi: non hai mai fatto uscire una persona dal corpo?" chiesi. "Non è necessaria l'ipnosi per questo, anzi è riduttiva. Pensa se incontri una persona che non va in trance. Come fai a farla uscire dal corpo?". Pensai qualche secondo e poi risposi: "Una persona che non va in trance non può uscire dal corpo" e spiegai perché secondo me non poteva farlo. Quando ebbi finito mi disse semplicemente: "Guardati allo specchio". Voltai il capo alla mia sinistra dove, appeso al muro, vi era un enorme specchio e sobbalzai perché mi ritrovai in mezzo alla via con un'auto che stava per investirmi. Il tempo di girare il capo verso Martin ed ero nuovamente seduto al tavolo. Probabilmente lo guardai con aria stravolta perché si fece una grossa risata. "Allora? Se non si è in ipnosi non si può uscire dal corpo, eh?", "Come hai fatto?" gli chiesi. "Dimmelo tu come hai fatto, sei tu che sei uscito, non io", "Tu devi aver fatto qualcosa perché io non ho fatto nulla per trovarmi in mezzo alla strada". "Io ti spiego come ho fatto se tu mi dici come fai a risvegliare le persone". Non potevo più considerarlo matto, almeno non nei vecchi termini. Quell'individuo sapeva qualcosa che io non sapevo e le sue domande dovevano avere un senso. Alcuni mesi dopo compresi la sua domanda. Risposi che non avevo la minima idea di come si facesse a risvegliare le persone, che non avevo mai considerato l'essere umano sotto questo punto di vista, che mi sarebbe piaciuto molto sapere come fare ma che prima qualcuno avrebbe dovuto risvegliare me. Martin fu soddisfatto delle mie riflessioni e decise di accogliermi come discepolo. Il mio apprendistato durò sette anni. In quegli anni non parlammo mai più di ipnosi. Durante quel periodo appresi che Martin era un Maestro della Tradizione Essena, che aveva girato il mondo ed era entrato in contatto con diverse scuole, che considerava che percorrere la Via Spirituale fosse l'unica cosa sensata che l'essere umano potesse fare in questo pianeta e che ogni altra modalità di vivere l'esistenza fosse solo un indulgere inutilmente, poiché prima o poi tutti avremmo dovuto attraversare la soglia dello Spinto ed essere disponibili al Risveglio. Martin viveva solo ed amava starsene da solo. Aveva con gli esseri umani uno strano rapporto, era gentile ma distaccato. Quando sorrideva sembrava ti illuminasse col suo sorriso, ma se rimaneva serio il suo volto sembrava essere scolpito nella pietra. Lo sguardo rivolto all'infinito sembrava osservare cose invisibili. Un giorno, mentre Martin era a casa mia, vennero a trovarmi alcuni amici. Martin volle mostrarmi come attraverso la sola parola fosse possibile indurre risposte esatte a problemi solo pensati. Invitò una persona a pensare ad un problema ed a formulare una domanda mentalmente. La persona al termine disse solamente "sì". Martin indicò un'altra persona e la invitò a dire la prima cosa che le fosse venuta in mente. Ciò che disse fu la risposta esatta alla domanda pensata dal primo. Procedemmo così per più di un'ora e tutte le volte ci stupimmo di come, sotto la sua guida, ogni problema ricevesse non solo una risposta, ma specifiche indicazioni per la soluzione. Successivamente a quell'incontro mi ritrovai a compiere le stesse cose prendendo in esame una domanda solo pensata. Le persone, su mia sollecitazione, riuscivano a sviscerare il problema, dimensionarlo in un contesto diverso, trovare più soluzioni e poterle mettere in pratica con estrema semplicità. Quando rividi Martin e gli raccontai questo episodio, non si stupì per niente. "Lo sapevo che saresti riuscito" disse "per questo ti ho fatto vedere come si fa". "Ma come mai ci sono riuscito solo io e non le altre persone che erano presenti quella sera?". "Perché tu hai una caratteristica particolare; sai ripetere anche quello che non si vede, sei un imitatore dell'invisibile mondo trascendente". "Cosa vuol dire essere un imitatore dell'invisibile?" chiesi. "Tutti gli esseri umani sono degli abilissimi imitatori. I bambini apprendono per imitazione qualunque cosa, ad iniziare dal linguaggio, i movimenti, andare in bicicletta o sui pattini a rotelle. Nessun bambino si preoccupa troppo delle difficoltà se vede come sì fa una cosa. Prova e riprova fino a quando anch'egli, in un modo o nell'altro, riesce a fare quello che ha visto. Alcuni esseri umani riescono a cogliere anche quello che non è prettamente visibile dagli occhi, ma che esiste come legge o come concetto ed è velato da un sottile strato di materia eterea che lo rende ad altri impercettibile ed invisibile". "E tu pensi che io sia capace di questo?" chiesi ancora. "In che modo hai scoperto di essere in grado di ipnotizzare quando avevi quattordici anni?" mi chiese guardandomi con uno strano sorriso. Pensai un po', poi ammisi: "Osservando un anziano ipnotizzatore da palcoscenico". "Tu però, non cogliesti solo le parole che egli pronunciava, o i gesti che compiva. Tu cogliesti l'essenza energetica del fenomeno. È questo che voglio dire quando parlo di imitazione dell'invisibile". Riconobbi che aveva ragione. Avevo letto un libro sull'ipnosi quando avevo poco più di tredici anni, ma mi dedicai ad essa in modo pratico quando incontrai un anziano signore che nelle feste di paese o in casa di amici incuriosiva tutti con spettacolari giochi di ipnosi. Lo osservai con attenzione e subito fui in grado di ripetere i suoi "prodigi". Da allora compagni di scuola ed amici mi chiesero spesso di fare "qualcosa". La mia curiosità però non era limitata a cosa fosse possibile fare con l'ipnosi, ma si estendeva ben oltre. Avevo letto più volte su varie riviste i famosi esperimenti del dottor Rol. Un giorno gli telefonai e gli chiesi di vederlo, volevo parlare con lui. Rol mi chiese quanti anni avessi. "Diciotto" risposi. "Per carità, non se ne parla nemmeno, non voglio mica rovinarla, lei è troppo giovane per i miei esperimenti. Si faccia sentire quando ne avrà almeno venticinque" mi rispose. Il giorno del mio venticinquesimo compleanno puntualmente telefonai a Rol e gli ricordai quel nostro colloquio telefonico. Ma Rol non volle incontrarmi, forse perché alcuni giornalisti nel frattempo avevano pubblicato una serie di miei esperimenti, molto simili ai suoi. Forse perché ero stato paragonato a lui. Forse perché non aveva nessuna voglia di insegnare ad altri ciò che conosceva. Un giorno parlai con Martin di Rol, gli dissi che molte persone lo consideravano un grande maestro e che non capivo come mai rifiutasse di incontrarmi ogni volta che sapeva avremmo potuto farlo presso comuni amici. Martin fu molto esplicito: "Dicono sia un grande maestro?". "Sì" confermai. "E quanti allievi ha?". "Nessuno, che io sappia". "Strano che un grande maestro non abbia neanche un allievo" commentò Martin. "Non trovi?". "In ogni modo tu non preoccuparti. Anzi, disinteressati di quel tipo di grande maestro; segui la Via che hai iniziato ed affidati solo allo Spirito. Forse un giorno sarai soddisfatto della tua scelta. Anch'io in gioventù conobbi una persona dotata di straordinari poteri. Era un Siddha, che a differenza di Rol, aveva piena padronanza e controllo dei propri poteri. Ma io scelsi la via dello Spirito. Oggi, alla luce di ciò che conosco, considero dei giochi infantili proprio quei poteri che a quel tempo ritenevo straordinari. Lo Spirito mi ha offerto molto di più: l'opportunità di trasmettere una conoscenza eterna, di diffondere un messaggio che transita immutato nei secoli, di offrire a chiunque lo voglia con tutto il cuore la possibilità di risvegliarsi dal suo sogno". "Ma un Siddha, non è anch'esso una persona sulla via dello Spirito?" chiesi date le mie conoscenze della Tradizione Vedica. "Certo che lo è" confermò Martin. "Ma se si ferma all'uso dei poteri, è considerato poco più di un fachiro e cioè una persona che si è fermata al gradino più basso della scala evolutiva dello spirito!". "Ma il potere non è anche indice di conoscenza?" chiesi ancora. "Il Potere è conoscenza, ma soprattutto libertà". Martin disse queste parole mentre portava le sue mani congiunte a coppa verso la fronte; poi le abbassò lentamente sino al cuore e le aprì. Da esse volò via una stupenda farfalla. "Questo non è solo Potere, questa è Libertà" commentò Martin al suo esperimento. Il "mito Rol" si svuotò ai miei occhi e mi dedicai con più attenzione alla Via che nel frattempo era diventata il mio modo di vivere. Alcuni anni dopo ebbi più occasioni di trascorrere diverso tempo al telefono con Rol. Parlando di esoterismo lui sosteneva che il più grande libro di magia fosse il Vangelo. Diceva di credere fermamente in Dio, di essere cattolico e che si considerava come una grondaia. "Io raccolgo solo l'energia che arriva dall'universo e la trasporto per eventi di cui mi sfugge il controllo" mi diceva. Lo incontrai anche, ma non si esibì mai in mia presenza. Nel 1976 diedi l'avvio al primo gruppo di lavoro iniziatico, seguendo gli insegnamenti della Via Essena che Martin mi aveva trasmesso. In realtà quella che credevo essere una modalità di trasmissione, si rivelò invece ancora un modo di apprendere. Guidare un gruppo è un'attività che si impara sul campo. Anche in questo caso esiste un apprendistato. Almeno per me è stato così. Martin mi aveva trasmesso una serie di indicazioni, ma mai un metodo, mai una tecnica già elaborata. Con il fatto che mi considerasse un imitatore dell'invisibile, Martin si limitava a fare qualcosa di pazzesco, come per esempio volare di notte dalla sua finestra al tetto di fronte e ritorno per poi dirmi: "Come lo faccio io lo puoi fare tu". La scuola di Martin è quindi stata complessa ed articolata, raffinata ed affascinante, colma di amore e di risate, ma mai con una didattica precisa, mai con delle indicazioni pragmatiche a cui fare riferimento. "Una scuola di libertà non può essere retta da regole" diceva Martin. "Quello che io ti trasmetto in realtà non è nemmeno un insegnamento. Semplicemente ti pongo nella condizione di sentire, di ripetere quello che senti e di farlo ogni volta che vorrai. Compiendo questo percorso tu devi attraversare tre stati; uno si chiama Operal Nero, un altro si chiama Operal Bianco ed il terzo si chiama Operal Rosso. Nel primo stato scoprirai tutte le brutture del mondo, tutta l'immondizia che è dentro e fuori di te, nel secondo stato scoprirai il silenzio e come liberarti dall'immondizia e nel terzo stato scoprirai come trasmettere ad altri, con metodi tuoi, ciò che avrai imparato. Scoprirai anche molte altre cose, ma ognuna potrà solo appartenere all'uno o ad un altro di questi stati". "Questi stati, sono stati di coscienza?". "Ho definito stati queste condizioni non perché siano connesse ciascuna ad un particolare stato di coscienza, ma perché è il lessico che più vi si avvicina". Poi continuò: "In realtà il primo stato è solo uno stimolo che però può condurre alla follia, esattamente come quella presente in quasi tutti gli esseri umani, in alcune strutture sociali, nelle malattie. Il secondo stato è invece un moto immobile. In questa condizione l'Iniziato osserva il mondo senza più essere da esso minimamente coinvolto. Nel terzo stato infine l'iniziato scopre lo Spirito e si affida ad esso. Diviene un propagatore della Via". "Quindi tu Martin hai attraversato tutti gli stati ed ora sei nel terzo. È così?". "Sì, è così". "Tutti possono giungere al terzo stato?" domandai. "Tutti, nessuno escluso. Ma solo alcuni possono successivamente trasmettere la Via". "Da cosa dipende questo?". "Da una particolare struttura energetica. Come sai chiunque può diplomarsi in violino e poi fare concerti o comporre, ma solo alcuni sono portati all'insegnamento o alla direzione d'orchestra. Ecco, chi raggiunge l'Operal Rosso, per poter trasmettere la Via, deve avere anche il carisma di un direttore d'orchestra oltre che sapere insegnare". Mi ricordai che quando ero bambino, ovunque fossi ero io a dirigere i giochi, ricordai anche un altro episodio di imitazione dell'invisibile. Ero in collegio ed una mattina il prete chiese chi sapesse suonare l'armonica a bocca. Capii subito che i fortunati sarebbero stati esonerati dalla lezione. Alzai la mano contemporaneamente ad un altro bambino. Fummo mandati in cortile con il compito di preparare alcune canzoni di montagna da eseguire all'armonica. Non possedevo un'armonica ed un chierico me la prestò. In cortile il mio compagno mi chiese quali canzoni sapessi. Io risposi che conoscevo Vecchio scarpone ma che avrei voluto sentire come la suonava lui. Iniziò a suonare e subito dopo anch'io ripetei lo stesso motivo. Avevo appena scoperto di saper suonare l'armonica imitando il modo in cui suonava il mio compagno. Forse Martin aveva ragione, avevo sufficiente energia per entusiasmare le persone e trasmettere i suoi insegnamenti. Ma quali insegnamenti se lui in realtà non mi insegnava nulla, almeno con i metodi didattici che avevo fino a quel momento conosciuto come tali? Chiesi ulteriori spiegazioni sui tre livelli o stati di cui mi aveva parlato. "Non c'è molto da dire su quegli stati. O meglio tutto quello che si può dire non rende assolutamente l'idea delle loro realtà. La cosa migliore che puoi fare è immergerti in ognuno di essi". "Ci sono pericoli?" chiesi, considerando l'idea di immergermi, come aveva detto lui, nella spazzatura del mondo. "Sì, ci sono. Ma se seguirai correttamente tutto ciò che ti dirò, li potrai superare. Il pericolo più grave consiste nel rimanere impantanato nell'Operal Nero. Questo pericolo è rappresentato dalla sottile seduzione che quello stato può esercitare su menti deboli di persone con poca energia, che si lasciano coercire dal potere e divengono schiavi di esso anziché dominarlo. Un altro pericolo consiste nel permanere eternamente nell'Operal Bianco, sedotto dall'illusione di pace e benessere che esso può dare. Infine, l'ultimo pericolo, consiste nel trasformare l'Operal Rosso in uno stato di dittatura anziché in uno stato di Amore. Questo, per me, è il pericolo maggiore. E sai perché? Perché quando si conquista l'Operal Rosso si corre il rischio di sentirsi dei Padreterni e si perdono di vista gli attacchi dell'Operal Nero, che si è fatto nel frattempo più astuto e raffinato". "Ma quando si raggiunge l'Operal Rosso, non si è superato lo stato di Operal Nero?" chiesi un po' confuso dalle sue spiegazioni. "L'Operal Nero nasce con l'individuo e lo accompagna per tutta l'esistenza, sferrando colpi sino alla morte. La morte stessa è opera sua. È instancabile, operoso come una formica, astuto come una volpe, feroce come una tigre, freddo come un cobra e devastante come uno sciame di milioni di cavallette. Quando l'iniziato giunge agli stati successivi, non per questo esso è domato. Anzi, la sfida si fa più feroce e mortale. Un iniziato deve essere attento 24 ore al giorno 365 giorni l'anno". "In cosa consistono esattamente i rischi che si corrono?" chiesi ancora. "Nelle tre cose che succedono normalmente a tutti gli esseri umani: malattia, follia e morte" rispose Martin. "A parte la follia, mi sembra che più o meno tutti si ammalino qualche volta nella vita e che tutti prima o poi muoiano" dissi un po' stupito della risposta di Martin. "Perché hai detto a parte la follia? Ti pare che qualcuno a questo mondo non sia totalmente folle?" disse Martin molto seriamente. "Vuoi dire che consideri che tutti siano matti?" chiesi ancora, ma sospettando già la risposta. Martin sorrise, scarabocchiò qualcosa sul suo taccuino, poi con indifferenza mi chiese: "Dimmi il nome di due persone che non consideri folli". Pensai a lungo, scartando di volta in volta il nome di persone che conoscevo, perché un po' di follia la trovavo in tutti. Ma non capivo ancora quanta follia vi fosse in ciascuno. Martin dopo qualche minuto di silenzio continuò: "Vedi? Non è facile trovare una persona non folle. Certamente alcuni lo sono un po' meno, ma solo un po'". "E tu conosci qualcuno che non sia folle?" chiesi a mia volta. "No, ora non più. Ho conosciuto un tempo una persona che era uscita dalla follia. Ma ora non c'è più". "È morta?" chiesi con l'intenzione di scardinare la teoria del superamento del rischio morte. Martin mi guardò attento, scarabocchiò ancora, poi aggiunse: "Non esiste solo la morte come la si intende comunemente. Quella persona non c'è più, perché qui non aveva più nulla da fare". "Ma è morto sì o no" chiesi un po' spazientito. "Per qualcuno è morto, per altri semplicemente se ne è andato in un altro stato". "Senti Martin, ci sono un sacco di persone che quando parlano di qualcuno che è morto usano dire che se ne è andato, ma questo non cambia nulla al fatto che la persona sia effettivamente morta" replicai. Sospirò, guardò in alto verso il soffitto della stanza come per cercare una risposta e poi, abbassando lo sguardo sul taccuino, riprese a scarabocchiare. "Credo sia troppo presto per parlare di questo ora. E poi parlare non serve. Devi immergerti nell'Operal Nero ed hai bisogno di certezze e non di dubbi. I dubbi lasciali a quegli sciocchi che credono siano necessari per essere dei buoni filosofi. Tu percorri una Via Iniziatica, non un sentiero per somari. Abbi rispetto di te stesso, molto di più di quanto ne hai avuto finora. Una persona che si rispetta non indugia nei dubbi, ma, per compiere le scelte, si basa su certezze. La tua scelta è ora molto difficile. Devi essere sereno e tranquillo. Avere la fermezza necessaria per determinare la tua scelta. Quando sarai pronto ti indicherò cosa fare. Nel frattempo immagina un dialogo che avrebbe potuto esserci tra noi. Il mio modo di trasmetterti le indicazioni non prevede l'uso di molte parole ma, piuttosto, l'invito a compiere azioni dopo aver osservato ciò che avviene nel mio nucleo energetico mentre io stesso le compio. Tu, immaginando un dialogo, puoi riempire quei vuoti ed allenarti, con metodi tuoi, a trasmettere ciò che apprendi. Quando avrai scritto questo dialogo immaginario, portamelo. Non lo commenterò, non parleremo di quello che avrai scritto, né sarà da me considerato un esame, semplicemente sarà un modo per fissare nella materia ciò che è nell'elemento volatile". "Puoi darmi un'indicazione di come dovrei scrivere questo dialogo?" chiesi. "Sì. Immagina che lo legga un bambino. Deve capirlo. Questa è l'unica indicazione che posso darti. Devi cercare di far comprendere questi argomenti anche alla persona più ingenua, alla persona meno colta, alla persona più inquadrata, alla persona che conosce solo la ragione e la logica. Se queste persone potranno capire i concetti che esprimi, significherà che li hai compresi anche tu. Se invece non ci riusciranno, i casi sono due: o tu per primo non li hai ancora capiti, o chi legge... non vuole capire". Consegnai a Martin il dialogo immaginario. Lo lesse, il suo volto rimaneva assolutamente impassibile. Al termine della lettura disse semplicemente: "Bene". Ecco ciò che scrissi.
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